Diceva Calvino che “la
tradizione è la rivoluzione permanente delle
forme”, le forme mutano, i linguaggi si
modificano permanentemente e gli artisti
sono altro che gli inventori di messaggi
artistici. Ovviamente attingono al mutamento
della cultura, alla tradizione vista però
come ricorrente trasformazione dei modelli.
Guai a prendere un punto di riferimento e a
conservarlo come modello permanente di
riferimento. La storia dell’arte è
semplicemente la storia delle trasformazioni
linguistiche: questo in tutti i settori:
dalla pittura alla musica, dalla scultura
alla narrativa, dalla poesia alla grafica,
ovviamente ogni tendenza linguistica
(primitivismo, gotico, rinascimentale,
neo-classico, impressionismo,
futurismo, informale,
Francesco Federighi con il critico Dino
Carlesi
concettuale, ecc.) tende a creare una conoscenza
nuova, un gusto culturale, un linguaggio inedito.
Questi lavori pittorici di Francesco Federighi, suscitano una certa curiosità, sia perché sono eseguiti con la massima capacità tecnica e sia perché non sembrano avere attinto nulla dagli schemi innovativi della Nuova Figurazione (s’intende da Picasso a Braque dai futuristi agli astrattisti fino alle ultime espressioni). Sono dipinti di notevole respiro e vicini alla felice rappresentazione della realtà. Così vicini da apparire opere legate alla fotografia e assai lontano da ogni interpretazione del modello naturalistico.
La bravura imitativa è indimenticabile. L’abilità
manuale è tale da consentire una perfetta
riproducibilità dell’oggetto, in modo che non si
notano differenze sostanziali tra il dato reale e
l’esecuzione pittorica.
In genere si tratta di opere dai contenuti violenti,
quasi esistere nel fondo dell’autore una visione
pessimistica del mondo e dei rapporti umani; con la
morte suggerita di qualche evento possibile, precisa
e ruggente come il grido lacerante della figura nel
“particolare” “Gaza gli orrori”, evidentemente l’emozione realistica giunge all’artista senza
pretendere una modificazione creativa personale,
facendo si che si crei un passaggio tra la forma
reale e la variazione estetica.
Dolore e orrore appaiono quasi in tutte le tele, per
esempio, “Rissa al bar” o in “Fine serata in
trattoria” o “Fondo alle scale” evidentemente la
pittura di Federighi riflette la conclusione di un
giudizio mentale, quale negatività di una
situazione che è anche sociale e umana: l’ottima
rappresentazione grafica e coloristica nasconde un
giudizio critico e psicologico che l’autore non può
ignorare. La bravura è tanta, al punto di poter dire
addirittura che vorremmo meno bravura tecnica e
maggiore “inventività”.
Le opere rappresentano una precisione descrittiva
non comune: “il Barbone” isolato muore come perdente
nel suo freddo bianco, come è ottima l’ambientazione della “Cena in Emmaus”, dove i gesti
dei personaggi appaiono così solenni e definitivi
nella loro semplicità e il Cristo, Bellissimo,
emerge dal buio del fondale con sacra regalità.
Elogiato l’aspetto tecnico e la bravura esecutiva,
viene da domandarmi quale stravezzo culturale abbia
tenuto lontano Federighi da qualsiasi esperienza
modernista o comunque antifigurativa: non ha
considerato alcuna via vicina a schemi liricamente
astratti dove avrebbe potuto ottenere risultati
eccellenti. La visione della realtà è dominante , il
rapporto col reale deve provocare nell’artista un
turbamento emozionale tale da indurre non ad una
ripetizione, pur ottimamente riuscita, ma in una
invasione non più così legata al modello veristico,
siamo costretti a parlare di un eccesso descrittivo
e ad auspicare il ragionamento dell’obbedienza
passiva al dato reale. Comunque Federighi non è un
copista, ma un soggetto creativo( cioè divergente,
progettante, ironico,e curioso).
Tutta la storia dell’arte è storia di linguaggi in
mutazione, di significati verbali o figurativi
musicali che attraverso la facoltà immaginativa
vanno oltre la realtà per raggiungere la poesia. In
questo senso Calvino pensava ad una tradizione che
mutava continuamente se stesso.
Consiglio a Federighi di modificare il suo
comportamento di fronte al dato reale, come possiamo
osservare nell’opera “San Francesco che contempl… Francesco che ci fa contemplare il boh….”
Dino Carlesi
CRITICA DI
STEFANO ZUFFI
Mi pare che la sua pittura sia di grande
interesse e qualità. Da un lato, la tecnica
del tutto tradizionale e una consapevole
dose di "mestiere del pittore" (compresi
l'odore della trementina e la "fisicità"
della pittura a olio). Mi pare di
riconoscere tratti della migliore tradizione
fumettistica, mescolati da un lato con una
aggressività espressiva da "writer", e
dall'altra (qui sta il punto!) con una
secolare tradizione toscana di meticoloso
disegno, senso innato della composizione,
struttura sempre corretta
nel rapporto tra narrazione e immagine.
Ecco, a una "visita virtuale" sembra di
poter riconoscere proprio questo tratto
caratteristico: una pittura del tutto
"contemporanea" (non solo nei soggetti, ma
anche nelle atmosfere, nel disagio,
nell'intensità) è sorretta da una struttura
espressiva veramente "classica", in cui ogni
elemento che compone l'immagine si combina
con un insieme che sorregge il tutto
con grande efficacia.
Stefano
Zuffi
CRITICA DI
MARIO ROCCHI
Nel panorama dell’arte contemporanea, è sempre più
raro trovare un pittore. Cioè
trovare uno spirito creativo che abbia voglia di
cimentarsi con tele e con pennelli.
L’arte concettuale, per la quale
l’espressione artistica non è tanto
rappresentata dalla creazione di un oggetto
artistico atemporale quanto da un evento
calato nel tempo e nello spazio, concetto
certamente giusto per l’attinenza ad un
mondo che si evolve velocemente e che
rigetta la cosiddetta arte tradizionale a
suo giudizio invecchiata, ha portato ad una
mistificazione del concetto da parte di
operatori faciloni che si prestano a
generare la retorica postmoderna. Ben
vengano allora giovani pittori come
Francesco Federighi che si rifiutano di
buttarsi nello spirito banale di certe
installazioni, ma che si impegnano nella
creazione di una pittura-pittura, dove
ancora il valore delle forme,della
composizione e della pennellata è integro.
Il pittore lucchese, estremamente sensibile
ai problemi sociali, nelle sue creazioni di grande
dimensione (con essa vuole raggiungere la maestosità
degli affreschi), ricorda la forza espressiva di
certi tazebao che proiettano sui muri la violenza
metropolitana. Il suo è un realismo nel vero senso
della parola, ma non un iperrealismo. Il calarsi nel
malessere, è già un atto di coraggio espressivo
mentre i più si nascondono dietro poco chiare
elucubrazioni e teorizzazioni. Immagini come
“Suicidio” o “Violenza carnale” od anche “Il
barbone”, ben costruite come composizione e dipinte
con una pennellata sicura e forte, riescono a
superare la retorica in cui sarebbe facile cadere,
grazie proprio alla forza espressiva delle immagini
che va al di là della visione reale per dare ad essa
una sostanza drammaturgica. Certo, si potrà dire che
il modello è la realtà della cronaca che, in quanto
tale, è patrimonio quotidiano di tutti e che
pertanto i soggetti appaiono didascalici e forse
pedagogici, ma la pittura di Federighi opera su di
essi una sorta di sublimazione artistica per cui i
protagonisti di queste storie metropolitane
diventano simboli di una società scesa troppo in
basso ma che invoca una indispensabile
riabilitazione. Cosa ci sarà da aspettarsi da
Francesco Federighi se è vero, come è vero, che si
vuole cimentare in misure immense? Il coraggio,
l’impegno, la volontà e la forza espressiva nonché
la tecnica non gli mancano e questo suo inizio,
perché di inizio si tratta, fa ben sperare.
Mario Rocchi
L'Opera di Francesco Federighi compare nel catalogo
"Grandi Maestri 2008" della Poleschi Arte